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"ARLECCHINO
E IL SUO DOPPIO" Studio per una sopravvivenza |
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Con:
Claudia Contin |
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Regia
e Drammaturgia: Ferruccio Merisi |
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Testi:
Ferruccio Merisi e Claudia Contin |
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Maschere
e Costumi: Claudia Contin Scene, luci ed immagini: Ferruccio Merisi Ricerche e assemblaggi musicali: Alessio Prosser e Veronica Risatti Consulenza per il canto: Antonio Antonini Consulenze linguistiche e traduzioni inglesi: Jeff Shaer e Ivan Buttazzoni Sartoria: Annamaria Biscontin Parpinelli Costruzioni Sceniche: Egisto Parpinelli e Luigi Rosa Decorazioni Pittoriche: Elena Pin Trovarobato e rifiniture: Lucia Zaghet Accessori: Walter Carrara |
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| A prescindere dalla luce un po’
folclorica che a volte la accompagna, la memoria collettiva di Arlecchino
si scinde nettamente in due parti: quella storica, fatta di documenti, di
attori e di autori; quella invece immaginifica, che corrisponde ad un quasi-mito,
per quanto incompiuto e non delimitato in una particolare favola o destino.
In questa dimensione, come Edipo, Prometeo o Amleto, pur essendo ancora
libero da ogni tragedia inevitabile, Arlecchino è anche una figura
che incarna qualcosa dell’oscura profonditá umana. Si dice
che i suoi progenitori o prototipi facessero carnevalesche irruzioni nella
realtá sociale, dopo un periodo rituale di permanenza nella selva
– dopo un periodo, letteralmente, di immersione nel selvatico. L’attrazione che Claudia Contin ha avvertito per questo Arlecchino - o da parte di questo Arlecchino – è stata quasi fisiologica: un corpo d’attore si è sentito specificamente “chiamato” ad indossare quelle posture, angoli e ritmi. Si direbbe a dare corpo a specifiche oscuritá “selvatiche”. Parallelamente, durante molti anni di ricerche con l'aiuto di Ferruccio Merisi, lo stesso tipo di elementare attrazione è stato seguito da Claudia nei confronti di posture, angoli e ritmi, proposti, come mutazione della visione del s», dal pennello di un pittore come Egon Schiele. Questo spettacolo indaga sul senso di queste attrazioni e sulla relazione tra i due linguaggi, in nome di una necessitá: quella di rinnovare il senso della differenza, di continuare a conoscere, di sfuggire all’essere riconosciuti. Arlecchino per certi versi è stato un sasso nello stagno, un satellite in uno spazio sconosciuto… E’ stato il figlio di una scelta e insieme il capostipite di una grande domanda… Ha rispettato, ma poi cambiato inesorabilmente la nostra vita, la nostra filosofia, gli strumenti stessi che l’avevano costruito. E ora vuole un altro viaggio. Sappiamo solo, com’è giusto, da dove partiamo e, in un certo senso, anche che cosa abbandoniamo. Negli spettacoli precedenti c’era, da parte della maschera, il coraggio di cantare con voce e corpo la poesia difficile della propria “assenza” dal mondo. Oggi ci spinge un sentimento apparentemente più agevole e insieme più pericoloso: Arlecchino, come uno spiritello voodoo, vuole lasciarsi andare a “visitare” il mondo e la sua storia, forse accettando, di luogo in luogo, di tempo in tempo, di cambiare se stesso, come un vero rivoluzionario… e tuttavia anche non desistendo dal rimanere uno dei simboli più importanti dell’eterno e necessario “altrove”. “Arlecchino e il suo Doppio” è il titolo di questa nuova pazzia di Arlecchino, che non ha più due padroni, ma tuttavia si è accorto di non poter smettere di fare acrobazie tra due realtá, o forse semplicemente e tragicamente tra due punti di vista, tra due se stesso che guardano “fuori”. Questa sua ragione dialettica, comicamente impossibile, quanto innegabile, è rappresentata anche da due linguaggi corporei e rituali diversi, che alludono all’antico e all’attuale, al comico e al tragico, all’eroico e all’handicappato, scambiandosi continuamente i poli e i sensi. L’uno è quello del personaggio che si pone come erede – discolo e ribelle – della tradizione storica della Commedia dell’Arte, ovvero quell’Arlecchino che Claudia Contin indossa e re-inventa continuamente sul proprio corpo dagli anni '80; l’altro è quello – proteiforme e anch’esso multicolore – che Claudia Contin ha costruito negli stessi anni in un progetto di nuova drammaturgia per l’attore contemporaneo, indossando sul proprio corpo la visione dell’essere umano elaborata da un enigmatico sciamano della contemporaneitá, qual è stato il pittore Egon Schiele (1890-1918).
"Arlecchino e il suo Doppio - studio per una sopravvivenza" non è per/ uno
spettacolo di "teatro-nel-teatro"; è piuttosto una confessione, un
"testamento in vita" generazionale, che affronta, con feroce lievitá, uno
dei nodi etici dell'uomo contemporaneo: <<essere o non essere, ingoiare o
vomitare..."non" dormire, cantare forse...>> |
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